Il Vegusto Ristorante


La parola “vegan”, coniata appunto da D. Watson (deceduto il 16 novembre 2005 all’età di 95 anni), è una contrazione del termine inglese “vegetarian” e già questo fornisce l'idea del suo significato; infatti, un vegan è da considerarsi un “vegetariano stretto” che estende i suoi principi etici ad altri aspetti della sua vita quotidiana. L’equivalente in lingua italiana è l’appellativo vegetaliano, oggi caduto in disuso. Mentre con il termine vegetariano s’intende normalmente chi non

consuma carne, ma mangia latticini e uova (latto-ovo-vegetariano), vegan definisce chi rifiuta l'utilizzo di qualsiasi prodotto di derivazione animale ovvero carne, pesce, latte, formaggi e uova. Tale comportamento si estende poi anche al tentativo di non usare pelle, lana, cosmetici testati su cavie, al rifiutare di tenere gli animali in gabbia, comprarli, visitare zoo o acquari, andare al circo e assistere a palii e feste in cui si utilizzano animali. Si tratta di un vero e proprio stile di vita nel quale si cerca sostanzialmente di evitare qualsiasi tipo di prodotto che derivi dall’utilizzo di animali. Il principio base del veganismo può essere sintetizzato con la massima  “tendere al minor male possibile ed al maggior bene”; in altre parole una filosofia incentrata sul profondo rispetto per la vita, su un’alimentazione a base di cibi esclusivamente vegetali ed una quotidianità priva di legami con l’utilizzo di prodotti d’origine animale (diretta o indiretta che sia).

La ragione fondamentale della decisione di diventare vegan è quindi il rispetto per tutti gli animali; chi segue questo stile di vita li considera non semplici oggetti ma esseri sensibili con un loro valore intrinseco. Chi compie la scelta vegan rifiuta di essere partecipe al processo di trasformazione degli animali non umani in prodotti o servizi d’utilità umana.

"Se i macelli avessero le pareti di vetro, tutti sarebbero vegetariani".

Sinceramente il primo ‘passo’ verso il vivere vegan può essere sintetizzato con tale affermazione.

Un’affermazione semplice, che non deve solo essere realizzata mentalmente, ma semplicemente assimilata ‘spiritualmente’.

Ogni altro motivo, sebbene altrettanto rilevante, passa in secondo piano rispetto all’amore verso gli animali, da noi intesti non solo come cani o gatti, ma anche maiali, mucche, agnelli, e tutti gli altri normalmente mangiati.

Immaginate un terrificante allevamento e macello di maiali e cani; in Cina potreste vederlo. Un cinese in Italia potrà vedere un allevamento e macello di soli maiali. Un italiano, vedendo la macellazione dei cani, dirà che i cinesi non amano gli animali. Ma non rischiamo che un cinese, vedendo ammazzare i maiali, possa dire che gli italiani non sono affatto amanti degli animali, ma soltanto degli incomprensibili ipocriti?

Ormai il 99% degli allevamenti è intensivo: gli animali sono allevati in spazi ristrettissimi, senza mai la possibilità di uscire alla luce del sole. Ogni tanto si vedono delle vacche al pascolo, ma si tratta della sola porzione dell’1% di animali più "fortunati", trattati in modo meno cruento. Anche a questi tocca, in ogni caso, la stessa fine degli altri: il macello. Lì sono ammazzati senza pietà, senza alcuna compassione, senza riflettere sul fatto che siano esseri senzienti, ma considerandoli solo "capi" da abbattere[1].

 

L'aspetto ecologista e umanitario:

Perché con una dieta basata sui cibi vegetali anziché su quelli animali, l'"impatto ambientale" di cui tanto si parla è molto molto inferiore, e la devastazione, la predazione di risorse, gli sprechi immensi che rendono ancora più povere le popolazioni che oggi muoiono di fame vengono molto ridimensionati. Insomma: con la scelta vegan si salvano, oltre che, com'è ovvio, gli animali, anche, cosa meno ovvia, l'ambiente e le popolazioni più povere.

In breve, possiamo dire che per ottenere un kg di carne è necessario consumare, mediamente, 15 kg di vegetali (in mangimi animali), che potrebbero invece essere usati per il consumo umano diretto: quel che si fa, quindi, è coltivare cereali, soia, e altre piante, per usarle come mangimi per gli animali, che però sono "fabbriche di proteine alla rovescia", cioè, producono molto meno di quanto incamerano. Vale a dire: per ogni 15 kg di vegetali dati in pasto a un animale d'allevamento, solo un kg di "carne" verrà ricavata da quell'animale.

Questo enorme spreco di vegetali, di acqua (Una bella fiorentina al sangue da 3 etti costa 4.650 litri di acqua!), di combustibile, di terreno (rubato oggigiorno soprattutto alle foreste tropicali), di sostanze chimiche, legate a questa trasformazione inefficiente, causa per forza di cose un impatto ambientale enorme e inasprisce non di poco il problema della fame nel mondo. Se lo stesso terreno fosse usato per produrre vegetali per il consumo diretto umano, si consumerebbero molte meno risorse (fino al 90% in meno!), e tutti ne trarremmo un gran beneficio.

L'allevamento su vasta scala, sia di tipo intensivo (in grosse stalle senza terra dove gli animali sono stipati, come accade in Italia), sia di tipo estensivo (i grandi ranch degli Stati Uniti o i pascoli nei paesi del Sud del mondo), è chiaramente insostenibile dal punto di vista ecologico. Lo è stato nel passato, ma ogni volta si sono scoperte nuove terre da sfruttare e puntualmente è ricominciata l’invasione dei bovini.

Ormai però, la metà delle terre fertili del pianeta è usata per coltivare cereali, semi oleosi, foraggi, proteaginose, destinati agli animali. Per far fronte a quest’immensa domanda (in continuo aumento, in quanto le popolazioni che tradizionalmente consumavano poca carne oggi iniziano a consumarne sempre di più) si distruggono ogni anno migliaia d’ettari di foresta pluviale, il polmone verde del pianeta, per far spazio a nuovi pascoli o a nuovi terreni da coltivare per gli animali, che in breve tempo si desertificano, e si fa un uso smodato di prodotti chimici per cercare di ricavare raccolti sempre più abbondanti.

Per consumo di risorse, latte e carne sono indiscutibilmente i "cibi" più dispendiosi, inefficienti e inquinanti che si possano concepire: oltre alla perdita di milioni di ettari di terra coltivabile (che potrebbero essere usati per coltivare vegetali per il consumo diretto degli umani), e oltre all'uso indiscriminato della chimica, vi è la questione dell'enorme consumo di acqua in un mondo irrimediabilmente assetato e del consumo di energia, il problema dello smaltimento delle deiezioni animali e dei prodotti di scarto, le ripercussioni sul clima, l'erosione del suolo e la desertificazione di vaste zone[2]Riguardo al metano (il secondo gas che contribuisce all’effetto serra), il bestiame ruminante ne produce 80.000 tonnellate ogni anno[3].

 

Motivi di carattere salutistico:I pericoli per la salute umana che derivano dal consumo di alimenti d’origine animale (carne, pesce, uova, latte e latticini) sono molti, non tutti evidenti e conosciuti dalla maggior parte delle persone, anche se negli ultimi tempi si è iniziato a parlarne. Varie epidemie sono scoppiate, in tempi remoti e recenti, tra gli animali d'allevamento, portando con sé il serio pericolo (in alcuni casi diventato realtà) di contagio animale-uomo. Gli animali negli allevamenti intensivi sono imbottiti di antibiotici e farmaci di vario genere e i pesci pescati nei mari sono un concentrato delle sostanze tossiche di cui le acque oggi sono "ricche".

Anche tralasciando tutti questi pericoli, rimane il fatto che una dieta a base di alimenti d’origine animale è inadatta all'organismo umano e porta a tutte quelle malattie degenerative che costituiscono le prime cause di morte nei paesi ricchi[4].

Motivazioni di carattere sociale: Circa 24.000 persone muoiono ogni giorno a causa della fame, della denutrizione e delle malattie ad essa correlate. Di queste circa 18.000 sono bambini. Ciò significa che ogni settimana muoiono circa 170.000 persone, ogni mese circa 700.000, ogni anno quasi 9 milioni. In totale, un miliardo d’individui non ha cibo a sufficienza, mentre un altro miliardo consuma carne in maniera smodata.

E' questo il problema fondamentale: lo squilibrio nella distribuzione delle risorse. L'attuale disponibilità di derrate alimentari potrebbe consentire a tutti gli abitanti del pianeta di assumere un numero sufficiente di calorie, proteine e altri nutrienti necessari. Le produzioni attuali di cereali e legumi sarebbero sufficienti infatti a sfamare tutti, occorrerebbe solo consumare direttamente i vegetali, anziché usarli per nutrire gli animali, con un grave spreco, e ridistribuire le risorse in modo equo.

Il problema della redistribuzione delle risorse non è causato soltanto dallo spreco dovuto allo smodato consumo di carne da parte dei paesi ricchi, che indubbiamente vi contribuiscono notevolmente, ma è correlato a un più ampio e complesso scenario.

Nei paesi poveri sono state incoraggiate le produzioni di cereali destinati all’esportazione e poi utilizzati come mangime per l'allevamento intensivo del bestiame, condannato a mutarsi in tonnellate di carne e a costituire la dieta squilibrata del Nord del mondo; l'emergenza sanitaria è qui costituita dall'obesità e da tutte le malattie connesse alla sovralimentazione e all'eccessivo consumo di prodotti animali, mentre il Sud del mondo si vede sottrarre le proteine vegetali con cui potrebbe garantire la sopravvivenza ai suoi figli.[5]

Motivazioni di tipo economico: nel mondo, in media, il 50% della forza lavoro è impiegata in agricoltura, con grandi variazioni significative da un paese all'altro: il 64% in Africa, il 61% in Asia, il 24% in America meridionale, il 15% nell’Europa orientale e negli stati ex URSS, il 7% in Europa occidentale e meno del 4% in Canada e USA[6].

Lo sviluppo tecnologico fa diminuire la forza lavoro necessaria ed il prezzo delle materie prime, ma solo per economie di scala. I piccoli proprietari infatti non possono permettersi i grossi investimenti richiesti da questo genere di agricoltura e si assiste quindi alla continua diminuzione delle aziende agricole a conduzione familiare e all’affermarsi di poche grandi imprese.

Mentre nel passato vi era una simbiosi tra la coltivazione della terra e l’allevamento, dagli anni '50-'60 si è sviluppata in Europa (sulla scia di quanto avveniva negli Stati Uniti) la zootecnia intensiva; questa politica prevede che gli animali vivano in grandi capannoni senza legami con la terra e che i mangimi siano acquistati dall’esterno, spesso anche da altri continenti.

Le tecnologie che hanno consentito questa trasformazione in allevamenti "senza terra" sono state l’introduzione dei mangimi complessi e integrati (un’unica miscela di sostanze nutritive e farmaci), la realizzazione di strutture più razionali ed igieniche e l’uso della chimica negli allevamenti sotto forma di farmaci, vaccini, antiparassitari, che sono somministrati agli animali non quando necessari, ma costantemente, come forma di prevenzione.

I prodotti della zootecnia costano poco sul mercato, ma se la produzione avvenisse in modo sostenibile (dal punto di vista ambientale, della salute del consumatore e del benessere degli animali), i costi sarebbero almeno triplicati. Va considerato che l’attuale sistema non sopravvivrebbe senza le sovvenzioni pubbliche: quello che il consumatore non spende al momento dell'acquisto, lo spende quando paga le tasse, in forma di sovvenzioni agli allevatori[7].

Altri motivi vari.

  • dalla volontà di riconoscere alla vita animale lo stesso valore, rispetto e dignità attribuibili agli animali umani;
  • dalla consapevolezza delle sofferenze inflitte agli animali allevati, macellati e commercializzati a scopo alimentare;
  • dalla cognizione dei danni provocati alla salute umana da un’alimentazione a base di carne e di grassi animali;
  • dalla presa di coscienza che rinunciare alla carne significa aiutare le popolazioni che muoiono di fame e di sete (sulla base del dato che il 50% dei cereali ed il 75% della soia prodotti nel mondo sono utilizzati per nutrire animali allevati anziché persone e che l’International Water Management Institute ha recentemente calcolato che per produrre un chilo di manzo è necessaria una quantità d’acqua oltre 13 volte superiore a quella necessaria a produrre lo stesso peso in cereali)[8];
  •  dalla conoscenza che l’inquinamento dovuto ai nitrati contenuti negli escrementi animali compromette le falde acquifere e contribuisce ad aggravare il problema dell’eutrofizzazione di fiumi e mari[9];
  • da convinzioni religiose (per lo più orientali) che vedono nella rinuncia agli alimenti animali un’elevazione dello spirito;
  • da ragioni filosofiche che fanno del vegetarismo la forma più elevata d’umanesimo e la filosofia più alta di vita: una scelta che si oppone alla visione antropocentrica dell’esistenza, fondata sul dominio dell'uomo e della tecnica sulla natura fino alle forme estreme d’abuso e distruzione.


[1] Cfr. P. CAVALIERI,  La questione animale, Bollati Boringhieri, 1999, passim.
[2] CD ROM “Dalla fabbrica alla forchetta”, a cura di Marina Berati. Cfr.: http://www.saicosamangi.info.
[3] Vegan la nuova scelta vegetariana… , Giunti editore, 2005, p. 13.
[4] Cfr. N. VALERIO, L'alimentazione naturale, Mondadori, 1992, passim.
[5] CD ROM “Dalla fabbrica alla forchetta”, a cura di Marina Berati. Cfr.: http://www.saicosamangi.info.
[6] Cfr. J. RIFKIN, Ecocidio, Mondadori, 2001, passim.
[7] Cfr. M. CORREGGIA, Addio alle carni, Supplemento alla rivista della LAV "Impronte", 2001, passim.
[8] Cfr. UNA VITA VEGETARIANA – LAV 2005, a  cura di Marco Francone, agosto 2005, p. 3.
[9] Ibidem.